Video introduttivo

INDICE

PREPARAZIONE

Ovviamente, tutti possono fare un caffè ma, sapendo cosa influisce sull’estrazione, possono fare un caffè migliore e sperimentare. Qua sotto, non per caso, in quasi ogni paragrafo, si parla del macinino, senza il quale non è possibile fare il caffè, visto che il caffè macinato perde tutte le sue proprietà organolettiche in poco meno di 15 minuti. La macinatura che scegliamo avrà un impatto sull’estrazione. Più fine la macinatura e più si rischia la sovraestrazione, con sapori amari e poco gradevoli. Dall’altra parte dello spettro, più la macinatura è grossa più si rischia la sottoestrazione, con sapori molto acidi e aspri. Appena uno si accorge della presenza di uno dei due difetti, può intervenire sulla macinatura per contrastarli. È molto importante pulire il vostro macinino spesso perché, dopo un po’, si inizierà a sentire sapori sgradevoli degli oli e del caffè rimasto intrappolato tra le macine. Se cambiate spesso il caffè, i primi caffè che farete con quello nuovo avranno un po’ di sapore del precedente. Non è che dovete pulire il macinino proprio ogni giorno, ma un macinino pulito è molto importante per avere un caffè sempre buono. Il secondo fattore importante è la temperatura dell’acqua. Con una temperatura più alta si estrae di più, con una più bassa di meno. L’effetto rimane lo stesso, cioè amaro o acido a seconda dell’errore commesso. Il terzo fattore è il flusso d’acqua. Ogni tipo di estrazione ha le sue tempistiche, che possono darci un’indicazione di quanto siamo fuori. Il quarto fattore è la quantità d’acqua. Più acqua passa, più aumenta l’estrazione e diminuisce l’intensità. Ovviamente, con meno acqua, diminuisce l’estrazione ed aumenta l’intensità. L’ultima cosa da considerare è il tempo che il caffè rimane a contatto con l’acqua. Questo è importante soprattutto per le modalità ad immersione. Più tempo passa, più aumenta l’estrazione. Il rapporto aureo, secondo SCA, e di 1/18, cioè un grammo di caffè per 18ml d’acqua, ovvero 0.055g di caffè per 1ml d’acqua. Non bisogna fissarsi tanto su questo numero che è importante soprattutto nelle sessioni di cupping. Diversi tipi di preparazione richiedono diversi rapporti come vedremo sotto. Giusto per questo motivo, un altro attrezzo fondamentale è la bilancia. Misurare a cucchiaiate difficilmente porterà dei risultati buoni.

Nel mondo esistono svariati modi per fare una tazza di caffè, ed è la mia intenzione di coprire un po’ tutti. Il primo non può essere che il primo in assoluto, cioè alla turca. La pianta del caffè magari è stata scoperta per la prima volta in Etiopia, con la ben conosciuta storia delle capre, che non si sa quanto sia fantasia e quanto realtà, ma i primi a consumare il caffè come lo conosciamo oggi erano i turchi. Quindi, il primo caffè consumato veniva dallo Yemen, dove è stato portato dall’Etiopia, che poi ha preso il nome dal porto da dove partivano le prime esportazioni. Il nome del porto è Mokha, quindi anche la caffettiera usata dalla maggior parte degli italiani per fare il caffè in casa prende il nome di questo porto. Gli yemeniti non bevevano il caffè, ma preferivano l’infusione fatta dai frutti essiccati (kisher) piuttosto che i semi, ovvero chicchi. Oggi questa bevanda è più conosciuta come Cascara, e il suo uso non era regolato in EU fino al settembre del 2021, quindi il commercio era proibito. Lo Yemen deteneva il monopolio sulle esportazioni di caffè per oltre un secolo, sotto l’impero ottomano.  I caffè provenienti da Etiopia o Indonesia passavano sempre per il porto di Mokha. Questo ha portato anche alla creazione della prima miscela nominata Mokha-Java, che combinava i due caffè. Ma, torniamo ai turchi e al loro modo di fare il caffè. Alcuni dicono che i siriani hanno avuto un grande ruolo portando questo modo di fare il caffè in Turchia, altri parlano dei sufi yemeniti o egiziani, ma il fatto rimane che tutti lo conosciamo con il nome del caffè alla turca.

ALLA TURCA

 Anche se è possibile fare il caffè in questa maniera in un recipiente qualsiasi, come prima cosa bisogna munirsi di un Cezve, chiamato anche Ibrik.

I migliori Ibrik in assoluto sono quelli fatti in rame, con rivestimento interno in argento, ma visto che questi possono costare 100€, se non di più, il rivestimento in latta non è così tanto inferiore, in termini di quello che ci interessa, cioè come viene il caffè, da giustificare una differenza di prezzo così alta. La seconda cosa, che forse è la più importante per tutti i modi di preparazione, è un macinino che possa macinare il caffè abbastanza finemente, visto che la macinatura per il caffè alla turca è molto più fine che quella per l’espresso. Questo perché è un metodo ad immersione che non viene filtrato dunque, se il caffè venisse macinato più grosso, non si depositerebbe sul fondo, ma galleggerebbe, il che vogliamo evitare. Per avere un’idea della differenza, la macinatura per espresso avrà una grandezza di particelle tra 350-500µm, mentre per il metodo alla turca tra 90- 175µm. Ovviamente, si può deviare un pochino, basta che il caffè riesca a depositarsi sul fondo. Il rapporto raccomandato, e più usato, è quello di 1/10, cioè 1gr di caffè ogni 10ml di acqua. Tenete presente che il caffè alla turca dovrebbe essere abbastanza intenso, ma non dovete attenervi ai rapporti in maniera assiomatica. Se provate un 1/9 o un 1/12 e vi piace, non c’è motivo per forzare il rapporto consigliato. L’acqua è l’altro ingrediente fondamentale, per quanto riguarda il sapore, e non tutte le acque sono uguali. Senza esagerare, anche se senz’altro avrà i suoi benefici, e andare a comprare l’acqua distillata con bustine di minerali che dovrebbero rendere il caffè più buono, basterà usare un’acqua di buona qualità, ovviamente filtrata, che si avvicina ai parametri desiderati. L’importante è non avere contaminazioni chimiche, tipo cloro. Poi, una volta macinato il caffè, bisogna metterlo nel ibrik e far scaldare l’acqua in un altro recipiente a una temperatura tra i 60-70°C. Fatto questo, versate l’acqua sul caffè nel ibrik, mescolate e posizionatelo sul fornello a fuoco allegro. Quando vedete che si sta formando la schiuma, il che dovrebbe accadere entro un minuto, abbassate il fuoco al minimo e non fatelo proprio bollire e fuoruscire dal recipiente. Dopo una trentina di secondi, il vostro caffè è pronto. Questa è una ricetta presa dal campione mondiale dell’Ibrik nel 2013, Turgay Yildizli, di cui il video, fatto da Mill City Roasters, parla estensivamente.

È molto importante dire che il caffè alla turca, diversamente da altri metodi, continua con l’estrazione, visto che il caffè rimane in contatto con l’acqua. Questo avrà come conseguenza sapori amari e sgradevoli se non consumato entro tempi ragionevoli. Non vogliamo berlo troppo caldo, ma neanche troppo freddo. Diciamo che l’ideale sarebbe cominciare 1-2 minuti dopo averlo versato in tazza, il che permetterà al caffè di depositarsi sul fondo e raggiungere la temperatura ideale. Non bisogna avere proprio tanta fretta, visto che sicuramente non ci vorranno più di 10 minuti per consumarlo, il che sarà sufficiente per evitare la sovraestrazione.

Manutenzione: Pochissima. Basta sciacquare il cezve tra gli utilizzi e lavarlo con poco detersivo delicato. Se il rame si annerisce, basterà usare la combinazione di aceto bianco e sale. Se si vuole proprio esagerare, oppure lo sporco è ostinato, bisognerà aggiungere un po’ di bicarbonato e limone all’aceto e sale. Strofinare con spugna o panno delicati.

SIFONE

Il sifone, anche chiamato sottovuoto, è un metodo di preparazione più recente. Il primo brevetto, di Madame Vassieux, in cui si parla di prime caffettiere del genere, da cui ha preso l’ispirazione, provenienti da Germania e create nel 1830, risale al 1841. In quei tempi non esisteva il vetro borosilicato, quindi la caffettiera aveva non pochi problemi. Questo fatto impedì all’invenzione di avere maggior successo. Dopo numerosi brevetti e tentativi di migliorare l’apparecchio, le prime vere innovazioni arrivano dagli Stati uniti nel XX secolo. Nel 1915 fu costruita la prima di queste caffettiere in vetro borosilicato, che venne nominata Silex. Come disegno, era in pratica identico a quello di Madame Vassieux, ma il borosilicato, che era l’elemento mancante, fece sì che questa iterazione avesse più successo. Nell’età contemporanea, questo metodo di preparazione è molto popolare nei paesi dell’Estremo Oriente, specialmente in Giappone e Taiwan. Non per caso, se uno volesse acquistare una caffettiera così, volge lo sguardo verso aziende che operano in quella parte del mondo. Personalmente, ho una Hario e sono molto soddisfatto. Ci sono altre proposte, anche a metà prezzo, ma non le trovo estremamente valide. Se volete approfondire il discorso della storia del sifone, questa pagina offre tutte le informazioni necessarie. Un altro posto dove potete trovare molte informazioni riguardanti questa caffettiera, sono le pagine di Internet Archive. Nello specifico, il libro All about coffee di William Harrison Ukers.

 Per quanto riguarda la preparazione, questa caffettiera può veramente soddisfare i gusti di tutti. Questo perché è molto flessibile per quanto riguarda la macinatura e rapporto caffè/acqua. I rapporti più utilizzati si aggirano tra 1/12 e 1/16 e, per quanto riguarda la macinatura, si consiglia di partire da quella grossa. Cambiando il rapporto e la macinatura potrete ottenere un caffè più o meno intenso e regolarlo a vostro piacere. Anche una macinatura fine, come quella per l’espresso, non fara un caffè imbevibile, soltanto diverso. Anzi, ci saranno persone che preferiscono farlo così. In ogni caso, il caffè fatto con questa caffettiera risulterà decisamente meno amaro che con qualsiasi altra tecnica. Poi, per quanto riguarda la filtrazione, si possono utilizzare i filtri in carta, che sconsiglio per il discorso dello spreco, il filtro in tessuto, riutilizzabile se sciacquato e tenuto in un contenitore in frigorifero, e il filtro in acciaio inossidabile, anche questo riutilizzabile. Molti sono convinti che c’è una differenza di gusto a seconda del filtro utilizzato, ma non c’è una base scientifica per queste dichiarazioni. Oltre a questo, potete usare i vari bruciatori disponibili. C’è quello in dotazione, che va ad alcool etilico, reperibile in qualsiasi supermercato o farmacia, piccoli bruciatori portatili a gas, elettrico a lampada alogena, che costa quasi il doppio se non il triplo della caffettiera, oppure il fornello di casa. Se si usa l’alcool è consigliabile prima far bollire l’acqua in un bollitore, preferibilmente a collo di cigno (oca) per facilitare il versamento, e poi versarla nella caffettiera, perché la fiamma dell’alcool impiegherebbe molto tempo a portare l’acqua in ebollizione. Gli altri bruciatori sbrigano la faccenda molto più alla svelta e non bisogna preriscaldare l’acqua. Durante il riscaldamento dell’acqua, bisogna agganciare la linguetta del filtro alla parte inferiore del recipiente superiore ed inserirlo nel recipiente inferiore, senza chiudere del tutto. Quando l’acqua comincia a bollire, è arrivato il momento di chiudere il sigillo tra i due recipienti. Questo farà salire l’acqua nel recipiente superiore dove aggiungeremo il caffè, mescolando vigorosamente. Il tempo di estrazione consigliato è di un minuto, ma anche con questo potete giocare e trovare quello che piace a voi. Una volta raggiunto il tempo desiderato, togliere dalla fiamma e dare un’altra mescolata, ma questa volta molto più dolcemente, senza toccare il fondo. A questo punto il caffè scenderà e sarà pronto per il consumo. Si consiglia di lasciarlo un po’ raffreddare nella tazza.

Manutenzione: Poca. Subito dopo l’utilizzo bisognerà staccare il gancio del filtro prima di riporre la parte superiore nel suo incastro. Sciacquare il tutto, dopo un paio di minuti, e lavare con detersivo delicato. Se si usa il filtro in tessuto, la manutenzione diventa considerevole. Sciacquare il filtro sotto abbondante acqua corrente il prima possibile. Questo sarà sufficiente per i primi utilizzi ma, dopo un po’, per rimuovere tutti i residui di caffè, bisognerà bollire il filtro con un po’ di detergente specifico, per esempio Cafiza, o aceto bianco. Dopo questa operazione, bisognerà ancora sciacquare il filtro sotto abbondante acqua corrente per rimuovere residui di detergente o aceto. Una volta finito il lavaggio, il filtro va messo in un contenitore ben chiuso, sommerso in acqua perché non bisogna farlo asciugare, e riporlo in frigo. Se non avete intenzione di usare il filtro per più di una settimana, è meglio chiuderlo in un sacchetto e riporlo in congelatore. In ogni caso, arriverà il giorno per sostituire il filtro. 

A STANTUFFO/FRENCH PRESS

Il primo brevetto per questa caffettiera, appartenente ai francesi Henri-Otto Mayer e Jacques-Victor Delforge, risale al 1852, però il disegno non prevedeva il sigillo tra il filtro e i bordi, quindi il caffè passava rendendo la bevanda meno piacevole. Nel 1928, due italiani, Giulio Moneta e Attilio Calimani, usarono una molla per creare il sigillo e brevettarono la loro invenzione negli Stati Uniti nel 1929. Dopo questo, il disegno subì svariate modifiche, fino al 1958 quando lo svizzero Faliero Bondanini brevettò la sua versione ed incominciò la produzione in Francia. Oggi questa caffettiera è molto usata e la si può acquistare un po’ ovunque.

Per quanto riguarda la preparazione, non è tanto diversa da quella del sifone, però qui la macinatura un filino più grossa è raccomandata per non compromettere la filtrazione ed avere particelle di caffè che si introducono nel liquido. Personalmente, non uso questa caffettiera, ed è l’unica che non uso né possiedo, ma ho scelto una ricetta di James Hoffmann da trascrivere in italiano.  Saltando la parte introduttiva che parla di cose risapute, partiamo dal rapporto. Si consiglia di partire da un rapporto tra 60-70g di caffè per litro d’acqua, cioè tra 1g/16ml e 1g/14ml, e poi trovare l’intensità che fa per voi. Qui viene consigliata una macinatura media, contrariamente alla solita macinatura molto grossa. La temperatura dell’acqua non gioca un ruolo importante., basta che sia in ebollizione. Una volta bollita l’acqua, versarla sopra il caffè e lasciare riposare per 4 minuti. Il prossimo passo è quello che di solito siamo abituati a vedere nelle sessioni di cupping. Mescolare un po’ e rompere la crosta che si è formata in cima e poi togliere la rimanente schiuma. Lasciare riposare per altri 5-7 minuti. Premere lo stantuffo gentilmente, stando attenti a non disturbare il fondo, e fermarsi appena sopra perché altrimenti il sedimento verrà disturbato e ricomincerà a galleggiare.

Ovviamente, potete decidere di fare il caffè in un modo più semplice, il resto è per quelli che vogliono portare la loro esperienza oltre e sperimentare con varie ricette che troverete in abbondanza online. Questa caffettiera può altrettanto essere utilizzata per preparare il tè sfuso, ma anche per filtrare il brodo. Basta lavarla bene tra gli usi per non compromettere il sapore all’utilizzo seguente.

Manutenzione: Quasi nulla. Lavare dopo l’uso.

MOKA

Photo by Josh Withers

La Moka nasce nel 1933 da una collaborazione di Alfonso Bialetti con Luigi di Ponti. Il prodotto viene subito brevettato e messo in produzione nell’azienda di Bialetti che già in precedenza si occupava di oggetti di alluminio. Se vi interessa approfondire, potete visitare questa pagina per una sintesi della storia della Moka. La cosa più triste viene verso la fine, dove l’azienda si avvicina alla bancarotta per l’avvento delle capsule, e poi entra in quel mercato anche essa. Dando un’occhiata veloce, uno si accorge che il minimo prezzo del caffè in capsula è di 30€ al kg. Lo stesso caffè che trovate nelle capsule, magari lo acquistate a 10€ al kg, o meno, al supermercato.  Per esempio, lo stesso caffè può costare 27€ al kg nelle buste da 200g, e 84€ al kg in capsule. Come si fanno questi prezzi, non ve lo saprei dire, ma sta di fatto che si paga molto di più per un’esperienza inferiore. Una Moka e un macinino a mano buono, costeranno sì e no sui 60€. Cioè, la differenza che avrete pagato dopo aver consumato un kg di caffè incapsulato, senza parlare di quante cose avreste potuto comprare dopo aver consumato quantità maggiori nel tempo. Quindi, visto che qualsiasi moka, con una manutenzione giusta, è praticamente indistruttibile, idem per i macinini, e producono una tazza superiore sotto ogni punto di vista, penso che il gioco valga la candela. Anzi, vale una fabbrica di candele. Questo discorso vale per tutte le caffettiere, ma era opportuno inserirlo qua perché molta gente fa fatica con cambiamenti delle abitudini e tradizioni. Comunque, anche una macchina a capsule può essere usata con una capsula in acciaio, lavabile e riutilizzabile, con un caffè qualsiasi. Basterà munirsi di un macinino perché solo così si potrà ottenere un caffè decente. Sono state fatte delle analisi che hanno raggiunto la conclusione che le capsule hanno l’impatto minore che un caffè fatto in altra maniera, per esempio filtro o espresso, per via di maggior utilizzo di caffè e di acqua. Sfortunatamente, si sono concentrati sulle pratiche di coltivazione a maggior impatto ambientale possibile, cioè grosse piantagioni con pesticidi a bizzeffe e chi più ne ha più ne metta. Comunque, anche qua la moka trionfa con minor impatto ambientale.

La Moka funziona in modo simile al sifone. Cioè, utilizza il metodo sottovuoto per spingere l’acqua all’insù con la pressione del vapore creato dal surriscaldamento dell’acqua. A differenza del sifone, l’acqua non scende mai, ma può solo salire. Questo è dovuto al fatto che le due parti sono unite con un forte sigillo creato dalla guarnizione, e altrettanto perché il vapore non ha altre vie dove spingere se non attraverso l’apertura dove fuoriesce il caffè. Giusto per questo la caffettiera è dotata di una ventola di sfiato posizionata sulla caldaia. Tutti sanno come adoperare la Moka, ma aggiungo un paio di accorgimenti che vi aiuteranno ad ottenere un caffè più buono. Il rapporto di partenza per la Moka dovrebbe essere 1/10. Dipenderà dalle vostre preferenze se lo vorrete fare più o meno intenso. Quindi, anche per questa caffettiera è importante sapere quant’acqua e quanto caffè ci mettiamo dentro. Non possiamo attenerci alla regola d’oro di riempire la caldaia fino ad appena sotto lo sfiato, anche se questa rimane nel senso di non superarlo mai con il livello di acqua. Ma, se vogliamo mettercene meno, possiamo. Per quanto riguarda l’acqua, vale il discorso di tutti gli altri modi per fare caffè, cioè usare acqua filtrata. Altrettanto mi sento di dire che è preferibile mettere l’acqua già calda nella caldaia per evitare di esporre il caffè al calore non necessario per l’estrazione. Quando comincia a fuoriuscire il caffè, è già tempo di pensare di toglierlo dalla fiamma, oppure abbassarla. In ogni caso, non bisogna mai arrivare alla fase chiamata “effetto stromboli”, dove il vapore, misto alla rimanente acqua, rimasta sotto il livello del beccuccio, può dare al caffè un sapore amaro e sgradevole.

Manutenzione: Non molta con pochi accorgimenti. Sciacquare la caffettiera subito dopo l’uso. Mettendola sotto acqua corrente fredda, la temperatura e la pressione caleranno e potrete svitarla dopo pochissimo tempo. È sconsigliato l’uso dei detersivi. Dopo un po’ si formerà sicuramente un piccolo strato di residui che non bisogna combattere. Sostituire la guarnizione quando non tiene più. Il consiglio generale è di cambiarla una volta all’anno, ma bisogna tenere presente che le guarnizioni in silicone sono molto più durature. Potreste avere problemi di calcare con i filtri dove basta rimuoverli e pulirli con l’aceto o limone. Se invece sono otturati dai residui di caffè, potete sempre provare un detergente specifico, ma non esagerate con l’immersione. Qualche minuto dovrebbe bastare.

ESPRESSO

I precursori delle macchine espresso sono nati in Francia, Germania e Inghilterra, ma fu nel 1884, quando Angelo Moriondo brevettò la sua invenzione, che si fece il primo vero passo verso le macchine che conosciamo oggi. La macchina di Moriondo non era una vera macchina da espresso, ma 17 anni dopo, Luigi Bezzera apportò le modifiche necessarie e introdusse, tra l’altro, il portafiltro per la prima volta. Poi brevettò la sua invenzione che fu la prima macchina per l’espresso della storia. Il brevetto fu successivamente venduto a Desiderio Pavoni che fondò l’azienda La Pavoni e cominciò con la produzione in una piccola officina situata in via Parini. Però, tutte queste macchine funzionavano a vapore ed erano lontane dalla bevanda a cui siamo abituati oggi, visto che l’estrazione avveniva con una pressione sulle 1.5-2 atmosfere. Nel dopoguerra, l’anno delle maggiori innovazioni fu il 1948. Già nel 1947 Achille Gaggia depositò il brevetto per la sua nuova invenzione, che fu una macchina a leva che ebbe la capacità di estrarre il caffè a 9 atmosfere e di creare lo strato di crema sulla bevanda. Il caffè fatto con la nuova macchina venne denominato “crema caffè”, ma il nome “espresso” prese il sopravvento e non si sentì più parlare di “crema caffè”. Visto che Achille non ebbe i mezzi per mettere in produzione il proprio brevetto, le sue macchine furono prodotte da Faema, sotto il nominativo “Officine Faema Brevetti Gaggia”. Altrettanto nel 1948, Giò Ponti progetta la prima macchina con caldaia orizzontale per La Pavoni, denominata “La cornuta” per la sporgenza dei gruppi dal corpo cilindrico che assomigliavano alle corna. Questa macchina usava ancora il sistema a vapore quindi, a quei tempi, la macchina di Gaggia era la prima e l’unica a fare l’espresso come lo conosciamo oggi. Nel 1961, Faema introduce la E61, la prima macchina che utilizza una pompa volumetrica, invece della leva, per estrarre il caffè. La pompa si poteva impostare su parametri della pressione desiderati, ma è stato determinato che 9 atmosfere erano l’impostazione ideale. Inoltre, la E61 introduce anche la pre-infusione. Durante il periodo di oltre 60 anni le innovazioni erano numerose e direi troppe per elencarle tutte. Inoltre, si tratta di innovazioni non troppo importanti dal punto di vista del consumatore, perché il metodo rimane quello.

L’espresso è un metodo di preparazione concepito per ambiti commerciali, che ha come scopo principale l’aumento delle unità vendute in un certo lasso di tempo. Ma, nei tempi moderni, è aumentato a dismisura il mercato delle macchine per uso domestico. Le prime macchine per fare l’espresso in casa erano, in ordine di apparizione, la Gaggia GildaFaema Baby e La Pavoni Europiccola, l’unica tutt’ora in produzione. Pian piano si è arrivati al giorno d’oggi, dove, anche dopo 60 anni, la E61 domina il mercato, almeno per quanto riguarda le macchine destinate all’uso domestico. Dal punto di vista di sostenibilità, questa cosa è assolutamente sbagliata, perché non penso ci sia tanta gente che abbia un passaggio di persone tale da giustificare anche la più piccola delle macchine. La resistenza di solito consuma almeno 1KWh, ma questa è piuttosto un’eccezione. Più grande la caldaia, più la resistenza consuma. Anche in casa si può scegliere tra modelli con tanica e quelli che possono essere attaccati alla rete idrica. L’acqua sprecata è altrettanto un problema, perché a fine erogazione ogni macchina scarica l’acqua rimasta nel gruppo. Per non parlare dell’acqua rimasta in caldaia dopo l’uso precedente. Cioè, per avere l’acqua fresca ad ogni accensione, bisognerebbe rimpiazzare quella vecchia. Questo diventa particolarmente dannoso più la caldaia diventa grande. Ma non bisogna andare oltre la ragione e praticare lo scambio d’acqua. Sì, l’acqua non sarà l’ideale, ma non c’è quella differenza che potrebbe giustificare uno spreco tanto grosso. La mia esperienza con i bar era che molti locali preferiscono lasciare la macchina accesa durante la chiusura, credendo che questo abbia qualche effetto sulla qualità del caffè, il che dubito fortemente. Questo non capita, spero, a quelli che la usano in casa, ma lo spreco è notevole. Si può sempre scegliere di acquistare una di quelle macchine manuali a leva, ma lì si sacrifica la stabilità della temperatura e controllo della pressione. Però, non è detto che l’espresso non sarà buono. Dipende dal livello dell’ossessione che avete nella testa, ma nel mondo reale la differenza è talmente poca che viene da chiedersi se vale la pena spendere di più. Esiste anche qualche macchina che non utilizza la caldaia, ma scalda l’acqua necessaria quasi istantaneamente con un sistema diverso. Queste macchine soffrono dello stesso problema di quelle manuali, cioè la stabilità della temperatura. Sì, l’acqua è pronta in 3 secondi, ma il resto della macchina, per esempio il portafiltro, non ha raggiunto quella temperatura. Ma non è una tragedia, solo una cosa di cui bisogna tenere conto. D’altro canto, l’espresso fatto in casa sarà quasi sempre superiore a quello consumato in un locale, ad eccezione di locali specifici. In casa uno può scegliere che caffè mettere dentro, che è la cosa più importante, ma anche altre cose che in un ambito commerciale si preferisce evitare perché richiedono molto tempo. In ogni caso, se usate un buon caffè, anche con una macchina da 300-500€, la vostra bevanda sarà di gran lunga superiore a quella fatta su una macchina da 20.000€ utilizzando un caffè commerciale. E se avete pochi soldi, è molto meglio investirli in un macinino di qualità, e fare caffè in un modo diverso, che spenderli sulla macchina che gioca il ruolo meno importante. Poi ci sono le altre minuzie che toccheremo nel prossimo paragrafo.

Per quanto riguarda la preparazione, non c’è un parametro fisso. Questi sono possibili soltanto se si usa un caffè commerciale che è sempre uguale. Dunque, 7 grammi non sono un buon punto di partenza. Questo dipenderà dalla provenienza, processi utilizzati e il profilo di tostatura. Durante il processo di tostatura il chicco di caffè si espande. Più scura la tostatura, più grande diventa il chicco. Questo influisce anche sul dosaggio, perché l’espresso è un gioco sia di peso che di volume. Basta pensare a quanto spazio serve per una tonnellata di polistirolo e quanto per altrettanto acciaio. Ci sono anche caffè più o meno densi, il che influirà sul dosaggio indipendentemente dal livello di tostatura. Infine, ci sono filtri in svariate misure. Questi sono alcuni che uso…

Anche se è molto importante sapere il peso specificato dal produttore, non bisogna prenderlo come una cosa definitiva e sempre fissa. Per esempio, in un filtro di 15g a volte devo mettere dentro 17g. Questo perché il volume dei miei 15g non è abbastanza per creare la pressione adatta. Ogni filtro ha un solco che rappresenta il limite d’altezza per il caffè, una volta pressato. 

Contrariamente alla credenza popolare, non esiste una tostatura per l’espresso, o qualsiasi altro tipo di preparazione. È una questione di gusti, non di attrezzatura. Il macinino è l’apparecchio che determina per cosa si userà il caffè. Essendo un metodo molto sensibile, la macinatura gioca un ruolo fondamentale nella preparazione dell’espresso. Una giornata più umida o secca non influirà tanto sugli altri metodi, ma l’espresso ne può soffrire. Il rapporto più diffuso è quello di 1/2. Anche per il tempo di estrazione troviamo il numero più diffuso tra i 25 e 30 secondi. Sono molti i fattori che possono influire sull’estrazione, quindi questi numeri sono solo un punto di partenza. Ci sono molte tecniche per fare un espresso in modi diversi, ma questo a volte dipende dal modello di macchina in vostro possesso. Oggigiorno si possono acquistare le macchine che sono in grado di controllare e modificare la pressione e il flusso d’acqua in tempo reale. Alcune sono manuali, ma ci sono anche quelle con un tablet attaccato sopra per programmare i profili d’estrazione. Dipende quanto uno è disposto a spendere, ma partiamo un po’ sopra i 2000€. Poi ci sono vari studi scientifici, tra cui spicca quello del 2020 Systematically Improving Espresso Insights from Mathematical Modeling and Experiment. Potete leggerlo, ma le conclusioni raggiunte erano che con un espresso estratto a 6 bar, con dose diminuita e il caffè macinato più grosso, si riusciva ad aumentare l’estrazione. Il tutto in 15 secondi, invece dei soliti 25-30. Questo un po’ a scapito dell’intensità. Anche se potrebbe essere una soluzione efficiente per ambienti commerciali, di solito quelli che bevono l’espresso apprezzano l’intensità più di ogni altra cosa. Comunque, in casa può essere molto utile per quelli che vogliono un espresso un po’ meno intenso, ma molto più aromatico. Forse senza fissarsi tanto sui numeri e cercare di riprodurre esattamente la cosa, ma trovare quello che piace a noi. C’erano molte altre pubblicazioni prima e dopo, come quella più recente di spruzzare un po’ d’acqua sul caffè prima di macinarlo, conosciuto come RDT (Ross Droplet Technique), e ce ne saranno delle altre. Il problema con questi studi, a mio parere, è che usano macchinari un po’ specifichi. È poco probabile che tutti usino la stessa cosa, specialmente perché solo il macinino che hanno usato costa più di 2.000€. Poi c’è questa sfera d’acciaio INOX, ghiacciata, che permetterebbe di trattenere i composti organici volatili in tazza. C’è quel filtro, sempre in acciaio INOX, che si mette sopra il caffè pressato per mantenere la doccetta pulita ed evitare il channeling, ovvero il fenomeno quando l’acqua trova le parti più facilmente penetrabili nel caffè e passa da lì, diminuendo l’estrazione. Alcuni usano i filtri di carta, invece di quelli in acciaio, ed alcuni addirittura usano il filtro di carta sotto, e quello in acciaio sopra il caffè. Non possiamo dimenticare i svariati attrezzi per la distribuzione di caffè prima di pressarlo. L’unico che, in mia esperienza, ha qualche utilità è il WDT (Weiss Distribution Technique). Il lavoro svolto da esso può facilmente essere replicato con uno stuzzicadenti ma, se proprio volete, potete ficcare un po’ di aghi in un tappo di sughero. Certo, potete anche andare a spendere soldi su quelli già fatti che, incredibilmente, possono raggiungere i 450€ di spesa, ma di solito costano intorno a una decina di euro. Risultati molto simili, se non uguali, possono essere raggiunti agitando il caffè dentro il dosatore, anche perché non è proprio distribuzione, ma si tratta più che altro di rompere i grumi che si sono creati durante la macinatura. Anche qua si possono spendere soldi o si può usare un recipiente che già abbiamo in casa ed agitare il caffè dentro quello. Infine ci sono i pressini. Abbiamo quello normale, cioè piano, convesso, ondulato, dinamometrico, sia manuale che automatico, tenendo presente che quelli automatici sono delle vere e proprie macchine che possono andare anche sopra i mille euro come prezzo, etc.  Non sono troppo sicuro dell’utilità di tutte queste minuzie, ma bisogna sapere che esistono per capire che ci troviamo in un labirinto mentale.

Come uscire da questo labirinto? Concentrando l’attenzione sulle cose importanti. Cioè, come intervenire se non avete ottenuto i risultati desiderati. Nel caso di un espresso troppo intenso o amaro, bisognerà impostare una macinatura più grossa e, se questo non dovesse funzionare, diminuire la dose oppure, come ultima opzione, diminuire la temperatura dell’acqua. Nel caso contrario, cioè un caffè troppo acido o addirittura astringente, fare l’opposto, ovvero macinatura più fine, aumento della dose e temperatura. Nel secondo caso, se non utilizzate le tecniche di distribuzione, è il momento di provare il WDT o l’agitazione dentro un recipiente. Queste tecniche aiuteranno sicuramente quelli che soffrono di un’estrazione troppo veloce è sbilanciata. Gli specialty coffee in particolare richiedono l’impiego della distribuzione perché le tostature più chiare non si compattano come quelle più scure, essendo meno friabili, e questo potrebbe risultare in channeling. Non tutti i caffè sono fatti uguali e si possono ottenere ottimi risultati anche senza distribuzione con tostature chiare, a seconda del caffè ma, anche se non d’obbligo, mi sento di raccomandarne l’uso sempre, visto che non si possono considerare una spesa né in termini economici né in quelli di tempo.

Infine, bisogna dire che ci sono innumerevoli bevande che si possono fare con una macchina per l’espresso, ma queste hanno il caffè solo come ingrediente. Se uno ha interesse per questo argomento, YouTube è pieno di video sulla preparazione di queste bevande. Tra l’altro, diversamente da altre competizioni, dove si valuta solo la preparazione di caffè, per l’espresso abbiamo il World Barista Championship, che richiede una routine da bar. I partecipanti devono fare 4 tazzine d’espresso, 4 bevande al latte e 4 bevande originali, con espresso come ingrediente base. Questo perché basta fare l’espresso in maniera giusta una volta. Il resto è giustamente lasciato alle macchine. Se uno non cambia spesso il caffè, è un argomento valido, visto che ogni caffè richiede impostazioni un po’diverse. Ci saranno quelli che vanno bene con le stesse impostazioni, ma non tanti.

In conclusione, l’espresso è una cosa bella e rappresenta un pilastro della cultura italiana del caffè. Quello su cui bisognerebbe intervenire è la sostenibilità. Non c’è un ordine d’importanza, ma bisogna fare un paio di cose. Intervenire sui caffè che portano maggiore profitto costando meno all’origine, e chiedersi perché costano così poco, ma anche perché noi li paghiamo così tanto. Soprattutto, indirizzare la scienza alla ricerca, non dell’espresso migliorato, ma di macchine sempre più efficienti che consumano meno corrente e acqua. E per quanto riguarda le macchine domestiche, cercare di optare per quelle manuali o quelle con il riscaldamento istantaneo, lasciando la perfezione a quelli che vogliono cercarla, senza mai trovarla.

Manutenzione: Moltissima, quasi eccessiva, a seconda della macchina. Ovviamente, potete anche abborracciare, giustificandovi con la mancanza di tempo, ma una macchina pulita e mantenuta farà un caffè migliore senza ombra di dubbio. Questi sono degli accorgimenti generalizzati e bisogna tenere presente che ogni macchina avrà delle particolarità specifiche. Come prima cosa, una volta fatto il caffè, staccare subito il portafiltro ed eliminare i fondi, sciacquarlo sotto acqua corrente oppure, se bisogna subito prepararne un altro, pulirlo con un panno. Fare scendere un po’ di acqua prima di fare il prossimo caffè per rimuovere i residui rimasti sulla doccetta. Se volete proprio esagerare, potete anche passare lo spazzolino apposito. La guarnizione va cambiata quando vedete che non svolge la sua funzione a dovere. Questo, come tutte le altre cose, dipenderà dalla frequenza d’uso, cioè la quantità di caffè fatti. Le guarnizioni in silicone durano molto di più. Oltre a questo, ogni tanto bisogna fare il backflush con il detergente apposito, come Cafiza. Se avete seguito il consiglio di pulire subito dopo l’utilizzo, e avete regolarmente, cioè ogni 2-3 giorni, eseguito il backflush con sola acqua, questa operazione, a seconda di quanti caffè fate, può essere praticata con una cadenza tra 15 e 30 giorni. Se invece lasciate i residui regolarmente o non staccate e svuotate il portafiltro subito, non saprei dirvi esattamente quanto perché non mi capita, ma sicuramente spesso. Sconsiglio di immergere il portafiltro in detto detersivo perché, se lo lasciate troppo a lungo, può togliere la cromatura. I filtri possono reggere, ma anche lì non bisogna tenerli sotto troppo. Ovviamente, se sciacquate il tutto subito dopo l’uso, non avrete bisogno di mettere a bagno niente. A volte, dopo le pulizie col detersivo, bisognerà mettere un po’ di grasso sulla levetta, che è presente sulla maggior parte dei modelli che usano il gruppo e61. A seconda del modello, bisognerà fare la revisione del gruppo ogni 3-5 anni. Anche qua molto dipende da quanti caffè fate. Se avete una macchina con la tanica, anche questa va tolta e lavata spesso. Sconsiglio di tenere molta acqua nella tanica se non la utilizzate in un paio di giorni. Utilizzare solo acque con residuo fisso basso. Come minimo, sotto 60 mg/l. Se fate così, non avrete problemi di calcare per moltissimi anni, se mai li avrete. Se invece avete una macchina attaccata alla rete idrica, dovrete necessariamente installare l’addolcitore, che eliminerà il calcare prima che l’acqua raggiunge la caldaia. Comunque, una volta che si forma una certa quantità di calcare dentro la caldaia, per cui ci vorrà molto tempo se si prendono le giuste precauzioni, sarà necessario smontarla e pulirla per bene. Facendo passare dei prodotti, tipo acidi e quant’altro, potete fare più danni che pulizie, perché pezzettini di calcare possono intasare qualche pezzo della macchina, quindi il lavoro raddoppia.  Per pulire l’esterno delle macchine cromate, basta un panno in microfibra umido e delicato e un po’ di carta. Prima si passa il panno per togliere eventuali macchie, poi si asciuga con la carta e la macchina tornerà a splendere.

GOCCIOLAMENTO/PERCOLAZIONE

Le prime tracce di un filtro per caffè fatto di carta assorbente risalgono al 1782, ma ripercorrere tutta la storia qua sembra un po’ esagerato, visto che molte caffettiere, inclusa la napoletana, sono dei gocciolatori che utilizzano filtri non di carta. Qui rientrano tutte le varie caffettiere che funzionano sullo stesso principio del capovolgimento. Altrettanto ci sono dei gocciolatori automatici che furono inventati nel 1954. Il primo era il Wigomat, inventato dal tedesco Gottlob Widmann. Oggi esistono svariati modelli e, se non ve la sentite di fare il caffè manualmente, le scelte migliori sono le macchine certificate dalla SCA. Qua ci concentreremo sui metodi manuali che producono una tazza superiore, a patto che si trovino in mani abili. Ma prima, in un paio di frasi, percorriamo la storia dei filtri di carta. Il 1908 Melitta Bentz creò il primo filtro commerciale e fondò l’omonima azienda per produrli. L’idea era di eliminare il sapore amaro sgradevole causato dalla sovraestrazione usando altri metodi. Nel 1930/31 entrano in circolazione i filtri fatti a cono, di cui Melitta comprò il brevetto è cominciò a produrli nel 1932, introducendo anche il gocciolatore a cono per il filtro. Nel 1941 fu inventata l’iconica caffettiera americana Chemex, con i propri filtri un po’ più spessi di quelli usati prima. L’invenzione fu sempre di un tedesco, chiamato Peter Schlumbohm. Nel 2004 l’azienda giapponese Hario lancia il suo V60 che è diventato un punto di riferimento e che viene spesso usato nelle competizioni. La competizione più prestigiosa al livello mondiale è la World Brewers Cup. In questa competizione 6 campioni si sono aggiudicati il titolo usando il V60 della Hario. Questo sistema è un gocciolatore conico, a forma di V, con un angolo di 60°, con delle scanalature all’interno per evitare che il filtro si attacchi ai bordi. Oggigiorno ci sono svariati gocciolatori manuali e svariate forme di filtro. A parte quelle più conosciute, cioè a ventola e a cono, ci sono anche alcuni che si presentano con il fondo più largo e piatto e anche i dischi come quelli usati su Aeropress e Ceado Hoop. Elencare anche una piccola parte di gocciolatori in esistenza oggi occuperebbe pagine intere e sarebbe anche un po’ inutile. Ognuno ha le sue preferenze per svariati motivi. Esiste anche un gocciolatore che permette di usare vari tipi di filtri con quattro attacchi diversi, intercambiabili. Si chiama Orea v4, ed è l’unico, a parte il V60, ad essere usato per più di una vittoria alla World Brewers Cup. Per dire tutta la verità, il gocciolatore che ha vinto la prima volta era ancora la versione v3, ma è sempre quello.

 Ci sono tantissimi modi e, come avete letto, tantissimi gocciolatori. Non per preferenza, ma per necessità, elencherò le ricette che ritengo essere le migliori. Chiaramente, alcuni non saranno d’accordo con me e avranno pure ragione, perché il miglior caffè è quello che raggiunge il risultato che volevamo ottenere. Tutte le volte che facciamo un caffè con un filtro di carta, bisognerà far passare un po’ di acqua calda sopra il filtro per evitare i sapori di carta e preriscaldare la caraffa. Come prima cosa parliamo del V60 e la mia personale preferenza per quanto riguarda le ricette.

Il metodo 4:6 di Tetsu Kasuya con cui vinse la World Brewers Cup del 2016 a Dublino. Potete usare il traduttore una volta sulla pagina, però qua propongo una sintesi in italiano. Il rapporto è di 1/15, cioè 1g di caffè per 15ml d’acqua. La ricetta usa 20g di caffè e 300ml di acqua. L’acqua dovrebbe essere filtrata e con un residuo fisso tra 30-50mg/l. La temperatura d’acqua raccomandata per tostatura chiara è di 93°C, tostatura media 88°C e tostatura scura 83°C. L’acqua va suddivisa in due parti, ovvero 40% per la prima fase, ed i rimanenti 60% per la seconda. Nella prima fase si determina il profilo in tazza. Bisogna versare in due porzioni la prima parte d’acqua, ovvero i primi 120ml. Se versiamo 60, e dopo la fase di bloom altri 60, seguiamo la ricetta standard. Se vogliamo un caffè più dolce, versiamo un po’ meno acqua all’inizio, per esempio 50ml, e aggiungiamo altri 70ml dopo 45 secondi. Vice versa, se vogliamo un caffè più vibrante, cioè con più acidità, scambieremo i due versando 70ml, e dopo 45 secondi altri 50ml. La seconda fase dei rimanenti 60% o 180ml d’acqua, determinerà l’intensità del caffè. Se li versiamo tutti insieme, avremo un caffè meno intenso. Suddividendo la quantità in due versamenti da 90ml, il caffè sarà più intenso. Facendo 3 versamenti da 60ml l’uno, si ottiene il caffè più intenso ancora. Per i tempi si raccomanda di seguire la tabella sul sito di Kasuya oppure dal video qua sotto.

L’altra ricetta, sempre molto simile alla precedente, è quella di Matt Wynton che gli portò a casa la vittoria della World Brewers Cup nel 2021, a Milano. La ricetta richiede 5 versamenti di 60ml l’uno, per 20g di caffè. L’unica cosa importante è di versare l’acqua appena scende quella versata in precedenza, senza preoccuparsi se manchiamo il bersaglio di qualche ml. Ovviamente potete farne di più o di meno, senza cambiare il rapporto, mantenendo la divisione di acqua in 5 parti uguali. Il tempo di estrazione dovrebbe essere attorno ai 3 minuti e 30 secondi. Se la vostra estrazione va troppo in fretta, macinate più fine, e vice versa più grosso se troppo lenta.

L’ultima ricetta, sempre un po’simile alle precedenti, è del campione in carica Martin Wölfl. Anche se ci sono punti in comune con altre ricette, qua viene utilizzata un’attrezzatura diversa. Martin usa il filtro veloce della Sibarist e anche il gocciolatore Orea v4 con l’attacco, cioè fondo, veloce. Non versa l’acqua direttamente sul caffè, ma utilizza il Melodrip. Ma come dice anche lui, verso la fine del video, non ossessionatevi con l’attrezzatura, perché la ricetta funziona bene anche senza. La ricetta richiede 17 grammi di caffè e 270ml di acqua. Poi procede come segue. 60ml per la fase bloom. Altri 60ml dopo 40 secondi. Dopo altri 40 secondi, aggiungere 50ml. Infine, dopo altri 40 secondi, aggiungere i rimanenti 100ml. Il tempo di estrazione è molto più veloce e dovrebbe aggirarsi attorno ai 2 minuti e 20 secondi. 

Se volete una cosa più semplice, il Ceado Hoop, menzionato prima, fa per voi. 

Infine, se volete combinare l’immersione e la percolazione, potete volgere lo sguardo verso Hario Switch. È uno strumento molto interessante e versatile.

Con le variazioni a disposizione, si potrebbe andare a scrivere all’infinito, ma penso che sia ora di porre fine a questo capitolo. Il resto, se uno dovesse essere interessato, lo trova anche da solo.

A FREDDO/COLD BREW

Qui non c’è tanto da dire ma, visto che esiste anche questo metodo, bisogna pure includerlo. Il metodo consiste di pochi passaggi. Le caraffe per questo metodo sono varie, ma devo mettere un link per far vedere di cosa sto parlando. Non sono affiliato con nessuno e non guadagno niente con le vostre decisioni sull’acquisto. Queste sono le caraffe. La macinatura deve essere piuttosto grossa ed il rapporto è di 1/10. si mette il caffè nel filtro, si versa l’acqua nella caraffa, si chiude e si ripone il tutto nel frigo per 12 o 24 ore, a seconda dei gusti. Esiste un altro metodo per fare il caffè freddo che consiste nel sostituire una parte dell’acqua con ghiaccio, che va messo nella caraffa prima di cominciare, e fare il caffè come lo si fa normalmente con il V60 o qualche altro gocciolatore.

CERIMONIA ETIOPE

In Etiopia, il caffè è una parte molto importante della cultura locale. La cerimonia serve soprattutto per riunirsi, stare in compagnia e fare quattro chiacchere. Gli etiopi tostano il caffè in padella per l’occasione. Dopo la tostatura, il caffè viene pestato in un mortaio, dopodiché lo si versa nell’acqua calda dentro la Jebena. Poi la Jebena si riposiziona sul fuoco ed appena bolle, il caffè è pronto. Se ci sarà interesse, potrei includere una piccola quantità di caffè verde da aggiungere all’ordine quando si fa un acquisto, ma nel frattempo, se proprio volete provare l’esperienza, scrivetemi una mail e ci metteremo d’accordo. La Jebena sarà un po’ difficile da trovare, ma potete usare qualche recipiente simile in terracotta.